Una riabilitazione necessaria

Introduzione di  Claudio Magris per L’onesto Porco. Storia di una diffamazione,  volumetto pubblicato da Roberto Finzi per i tipi della Bompiani

Saba, a proposito della vita, scrive che gli animali “ne dicono il fondo”. Il verso del grande poeta sembra suggerire che gli uomini abbiano in qualche modo perso o forse voluto perdere la capacità di dire, e prima ancora di vedere, quel fondo oscuro, al di qua o al di là del bene e del male e di qualsiasi sistemazione e spiegazione filosofica.
Forse lo hanno perduto per poter sopravvivere; il dominio – esercitato, almeno finora, dal genere umano sulla terra e sull’esistenza – non può permettersi di fissare l’orrore e la morte; non a caso gli eroi tragici, che ne fanno o sono costretti a farne esperienza radicale, non dominano l’esistenza ma ne vengono travolti.
“Gli occhi dell’animale morente”, scrive Rossana Rossanda, “hanno uno stupore  insostenibile”. Doppio stupore: quello dell’animale che probabilmente non può rendersi ragione della sua fine e quello dell’uomo che lo scorge negli occhi dell’animale stesso, venendone sconvolto; sconvolto dal non capire e sconvolto dalla vaga intuizione che, se lo capisse veramente, ne sarebbe sconvolto ancor di più.
A volte si ha l’impressione che entrare nella testa di un animale sarebbe, per quel che riguarda la conoscenza, non  meno conturbante e illuminante che entrare nella mente di Dio o nella fucina stessa dell’universo, vedendola dal suo interno. Una volta ho scritto che avrei l’impressione di sapere tutto, non se potessi sapere dove finiscono i sogni intensi ma dimenticati della  notte, come dice Borges, bensì se riuscissi entrare veramente, anche solo per cinque minuti,  nella testa di Jackson, il mio cane, o in quella di Buffetto, il mio porcellino d’india di molti anni fa – entrare nella loro testa, nei loro pensieri, sentimenti,  percezioni, sensazioni, lampi, intuizioni e smarrite oscurità.
Quando Jackson mi fissa – a seconda dei casi, tenero, attonito, perplesso, malinconico, perduto – capisco che la vita (e in quel caso la mia stessa persona) gli si presentano in un aspetto, non necessariamente secondario, che mi resterà radicalmente ignoto. Non si tratta di sopravvalutare l’intelligenza degli animali e men che meno di umanizzarli con smancerie  sentimentaleggianti, bensì della sensazione di mondi che contengono, a loro modo, ossia in un modo a noi ignoto, un’immagine del reale e dunque il reale stesso.
Si conoscono tante e sempre più cose sull’intelligenza degli animali, sulle loro abitudini, sui loro comportamenti, sulla loro struttura nervosa, ma è impossibile sapere come vedono il mondo e dunque chi sono – cosa del resto difficile per ogni individuo, anche nei confronti degli altri individui e pure di sé stesso.
Si avverte sempre di più il valore della presenza di questi oscuri compagni di cammino. Quel vitello dagli occhi “larghi e bagnati” che, in un passo memorabile della Storia di Elsa Morante, ha una “prescienza oscura” della sua sorte, è un’immagine indelebile della – parziale ma fondamentale – comunanza di destino che ci lega a questi nostri cugini e non solo perché, come dice l’Ecclesiaste, “chi può sapere se lo spirito degli uomini sale veramente in alto e lo spirito degli animali scende sotto terra”?
Si rivendicano sempre più diritti per gli animali; si mostra attenzione – talora persino in forme fanatiche – alla loro sofferenza,  una parte della quale è inevitabile per la nostra sopravvivenza ma che bisogna cercare almeno di lenire e limitare in ogni modo.
Alla fine del Mahābhārata, il grande poema epico sanscrito, l’eroe che è l’unico a meritarsi il paradiso rifiuta di entrarvi se deve lasciare negli inferi il cane che l’ha sempre accompagnato fedelmente – e questa è l’ultima prova che lo rende degno della  beatitudine.
In un suo romanzo, Singer immagina che il protagonista reciti il Kaddish, la preghiera funebre ebraica, per la piccola farfalla bianca che ha vissuto un solo giorno e senza peccato, anche se l’ebraismo ha proclamato non senza durezza il dominio dell’uomo sulla terra. 
Ci sono grandi racconti che hanno cercato di entrare nel mondo animale, specialmente, ma non solo, in quello dei cani: i romanzi di Jack London, lo straordinario racconto di Svevo Argo e il suo padrone, forse il tentativo più alto di immedesimarsi nella prospettiva anche sensoriale di un animale, la geniale capacità di Alberto Asor Rosa di raccontare il mondo dall’interno del sentire di un gatto oppure l’amabile Vita di Bernie di Massimo L. Salvadori, per fare solo alcuni esempi.
Ci sono dunque scrittori che hanno raccolto e anche superato la difficilissima sfida di narrare l’animale, ponendosi – nei limiti in cui ciò può essere o sembrare possibile – dalla sua prospettiva.
Ma il mondo animale e soprattutto la psiche animale restano un mistero fra i più grandi. Per aggirare questo mistero, si è fatto ricorso molto spesso alla favola umanizzante, che fa degli animali rappresentanti allegorici di possibilità diverse del genere umano, oppure si è ricorso alla trasfigurazione simbolica, trasformando l’animale in un emblema universale di virtù, vizi e modalità dell’essere umano.
L’antichità conosce almeno da Aristotele lo studio scientifico degli animali, ma anche la loro significazione allegorica, che è presente in un misto di descrizione realistica, invenzione fantastica e allegoria morale in tanti bestiari medioevali. Conosciamo gli animali divenuti simboli universali della fierezza, della lussuria, della fedeltà, dell’astuzia e così via. 
Il Physiologus è un genere canonico del medioevo; la volpe, il serpente, il lupo o il cane sono divenuti simboli universali di alcuni aspetti fondamenti dell’umano.
Talvolta il valore simbolico di un animale è univoco, talora invece ambivalente e anche contraddittorio.
L’edizione di Frate Indovino, l’almanacco dei francescani per il 2012, era dedicata all’“elogio degli asinelli ovvero la riscossa degli ultimi”. L’asino, animale ingiustamente maltrattato nella realtà e nella rappresentazione, personifica in questo caso tutte le creature che, per ricordare una famosa ballata di Brecht, “sono al buio”. La sua pazienza sotto le batoste è resistenza, premessa di riscossa degli ultimi, cui è promesso il Regno.
Sulle sue strade di campagna, a portare il peso dell’ingiustizia, l’asino è più reale e più forte dei destrieri delle corse di Ascot, buoni per una fasulla vita in Technicolor. La poesia ha risarcito l’asino dalle percosse e dagli insulti: Omero lo paragona ad Aiace che difende da solo le navi, col suo scudo simile alla groppa sotto tanti colpi; Jiménez ne ha fatto un personaggio immortale nel suo Platero. Non è un purosangue e nemmeno un onagro, il nobile asino selvatico, bensì un asino qualunque a scaldare Gesù nella stalla e a portarlo festosamente a Gerusalemme la domenica delle Palme; il Signore, nella Bibbia, fa parlare una volta un’asina presa a randellate. La pazienza dell’asino è stata celebrata quale pacata e sicura potenza sessuale, che nel romanzo di Apuleio soddisfa la molto esigente signora di Corinto e che Canetti, a Marrakech, ammira, con rispetto, nell’improvvisa erezione di un asino sotto i colpi di bastone. 

Se l’asino è un animale che merita una riabilitazione, questo vale ancora di più nel caso del maiale, come dimostra Roberto Finzi in questo godibilissimo libro, che ha tutto il fascino della precisa ricostruzione erudita unito a una robusta conoscenza e visione storica e a una sottintesa, intensa sensibilità poetica.
Roberto Finzi è un notevolissimo, rigoroso e originale studioso, alla cui penna felice si devono fondamentali contributi scientifici di storia economica – disciplina che ha insegnato in diverse università quali Trieste e Bologna – ricerche di storia del clima e di storia dell’alimentazione, due territori nei quali è particolarmente maestro, e studi vari che spaziano, con acribia scientifica unita a felicità espressiva, nei campi più disparati.
Roberto Finzi è autore di studi fondamentali su Turgot e Quesnay ovvero sulla nascita del pensiero economico moderno, sempre collegato alla concreta storicità del terreno da cui ha preso le mosse; è lo studioso che ha affrontato a fondo problemi essenziali della storia dell’alimentazione, come rivelano numerosi suoi saggi, da quello sulla pellagra a quello sul ruolo del mais, per citare solo qualche esempio della sua ricchissima bibliografia. Ha studiato la realtà agraria e gli scioperi che hanno contrassegnato la sua storia; ha dedicato studi eminenti a diversi aspetti dell’ebraismo e della cosiddetta “questione ebraica”; ha analizzato vari aspetti delle leggi razziali e delle loro ripercussioni nella vita accademica italiana. 
Gli si devono contributi fondamentali su Adam Smith e sulla storia, essenzialmente ma non soltanto economica, di Trieste, cui ha dedicato numerose e impegnative opere. Ha studiato la mezzadria e i problemi relativi alla divisione del lavoro nell’analisi marxista e ha studiato la figura dell’economista e la sua degenerazione. A lui si deve, tra le tante cose, un interessantissimo saggio su Ettore Majorana, forse il più bel libro scritto sull’argomento e certo il più originale: un testo in cui, senza abbandonarsi a impossibili e indimostrabili illazioni sulla fine di Majorana, Finzi mette in luce un aspetto trascurato nella vasta bibliografia dedicata al grandissimo scienziato.
Egli sottolinea come  Majorana, considerato uno scienziato dal valore altissimo da tutti i suoi grandi colleghi e compagni di ricerca che vedevano in lui un maestro, venerato sinché fa il fisico, lo scienziato d’eccezione, nel momento in cui si pone il problema del senso di ciò che egli e i suoi colleghi stanno facendo, il problema del senso della scienza e della ricerca, viene immediatamente bollato dalla comunità scientifica, intollerante come la Chiesa ai tempi di Galileo, e considerato uno squilibrato ovvero affetto da crisi mistica, che per gli scienziati di quel genere è la stessa cosa.
È un saggio che reca, attraverso l’analisi precisa del caso Majorana, un contributo fondamentale a un problema centrale e sempre più emergente nella cultura contemporanea: ovvero la logica e il procedere della scienza, di quella scienza forte che regola e determina sempre più il nostro destino ma sembra talora poco capace di affrontare l’interrogativo sul senso e la direzione di questo nostro destino.
Questo saggio, questa “storia di una diffamazione” del porco sembra, e in parte è, un garbato e piacevolissimo divertissement, una gustosa ricerca che ha tutto il sapore dell’erudizione unito a una poesia della carnalità, a un senso della liberalità del vivere, che comprende a pari titolo il piacere, il grato rispetto per l’oggetto di questo piacere e un bonario sentimento volto a limitare le lacrime in quella valle di lacrime che è appunto l’esistenza.
Parlando con amabile autoironia in terza persona di sé, Roberto Finzi si dichiara “soddisfatto da buon bolognese (…) non poco della carne di maiale, che mai capì perché mai fosse considerato, in particolare dal ramo paterno dei suoi antenati, animale immondo”.
Questo sentimento concreto e sensuale del vivere acuisce la consapevolezza della problematica, talora anche dolorosa e tragica, insita pure negli aspetti apparentemente meno drammatici del vivere.
È questo che – per fare soltanto un esempio – gli ha permesso di scrivere un saggio che dimostra “come la necessità di saziarsi possa rovesciarsi in dramma, anche di una sazietà apparente ma devastante. Il tema della pellagra, peste prodotta, in determinate condizioni sociali, da una manna come il mais”.
L’atteggiamento di Roberto Finzi si fonda su un sano ed equilibrato materialismo, premessa del più autentico umanesimo. Umanesimo che situa l’uomo nella concretezza storica della sua situazione sociale, delle ingiustizie che subisce e delle battaglie per non subirle, ma anche in quella più grande e più vasta della natura, memore di quanto scriveva Cesare Beccaria sull’uomo che è anche “un risultato di quelle cose che sono atte alla di lui nutrizione” e che, quando ci si sofferma a studiare alcuni aspetti della natura, si riflette sempre “in modo non meccanico” su ciò che siamo.
Questo saggio spazia, con la discrezione del gran signore che nasconde più che rivelare la sua cultura – dalla classicità, con le sue tradizioni e i suoi miti, alla condizione contemporanea, con le sue abitudini e il suo lessico, che spesso diventa un lessico dell’ingiuria nei confronti di tutti i soccombenti, umani e anche, come in questo caso, non umani.
Dopo aver chiarito la distinzione fra porco e maiale, che a rigore significa “porco castrato” anche se viene usato come sinonimo, Finzi affronta subito il problema delle ragioni che inducono a numerose distinzioni – in varie lingue di cui son riportati vari esempi – fra la parola che indica l’animale e la parola che indica l’animale divenuto cibo, osservando come ciò possa indurre a pensare “a una sorta di disagio dell’uomo quando uccide gli animali di grossa taglia, cui, di conseguenza, viene cambiato nome dopo essere stati macellati”.
Il saggio si sofferma sul mito o meglio sui miti, a cominciare da quello di Circe che trasforma gli uomini in maiali – tema che, a parte il ruolo essenziale che esso assume nell’Odissea, percorre tanta letteratura, per esempio sino al romanzo di Feuchtwanger in cui uno dei marinai di Ulisse trasformato in maiale non vuole, non vorrebbe tornare al dolore della vita umana, bensì restare nell’indifferenziato abbandono alla natura.
Finzi elenca tutto un vocabolario di ingiurie d’ogni genere che, con ingratitudine per il piacere ricavato dall’animale bistrattato, vengono rovesciate sul porco, che diviene quasi sinonimo di brutto; dal sia pure ironicamente vilipeso gregge di porci di Epicuro si passa al medioevo, alle burle anche feroci di cui il maiale è obiettivo preferito, da ironici ancorché rari “elogi del porco” ai significati ingiuriosi che sembrano crescere nel tempo, facendo dell’animale il termine prediletto dell’offesa.
In questa godibile e apparentemente leggera scorribanda compaiono protagonisti della cultura universale, da Giordano Bruno a Tito Livio, dai novellieri del Trecento alla letteratura di vari paesi e vari secoli. L’allegoria viene calata robustamente nel contesto delle realtà primarie dell’alimentazione, del costume, del rapporto dell’uomo con le immediate realtà della sua sussistenza. Alla diffamazione che certo tiene campo – basta pensare alle ingiurie nei confronti delle donne – si unisce ogni tanto una rivendicazione: per esempio dell’intelligenza del maiale, documentata e testimoniata da vari episodi e da varie ricerche. Ma soprattutto una rivendicazione del fiero e selvaggio valore, che apparenta il verro, il porco maschio non castrato, al cinghiale, nobile animale di cui il mito e tanti racconti hanno testimoniato la forza, come risulta dai frequenti paragoni e dalla similitudine nei poemi epici cavallereschi che lo mostrano pronto ad affrontare il re della foresta, il leone. Ho sempre amato molto gli animali, e non so perché, il maiale – insieme al cane, alla foca, al porcellino d’india, all’orso – è stato uno dei miei animali preferiti; un animale che avrei voluto conoscere di più, fin da quando passavo parecchio tempo nella stalla di un mio cugino a Malnisio in Friuli – mio cugino Ruben, che chiamavo zio perché era molto più anziano di me – a guardare i maiali.
Mi sarebbe molto piaciuto averne uno, almeno uno piccolo, così come sognavo di avere una casa in riva al mare e una foca che si comportasse come un cane, nuotando e pescando liberamente in mare e poi venendo sulla spiaggia o in casa da me. Ho avuto due porcellini d’india, Buffetto I e Buffetto II, e un cane, Jackson; non credo che potrò mai avere un maiale, e mi dispiace un poco. 
Mi è rimasto profondamente impresso il racconto di un capraro nell’agro campano negli anni cinquanta, quando, da ragazzino, giravo con mio padre per la Campania, cercando molossi napoletani, che interessavano mio padre e di cui egli aveva anche scritto, molossi di cui proprio a quell’epoca si stava, più che ricostruendo, definendo la razza.
E ricordo il vivacissimo racconto di un capraro, nel suo dialetto non sempre comprensibile ma incredibilmente vitale e sanguigno, di un feroce combattimento che si era scatenato, nel suo podere, fra un molosso e un verro. Sembrava di ascoltare un cantastorie medioevale che raccontasse le gesta di paladini e saraceni e la descrizione, rozza ma possente, di quei due animali – in particolare, delle zanne e del roco ansare del verro – non l’ho dimenticata più. Narrazione non piacevole ma epica o meglio tragica, come è tragica la vita e in particolare la vita animale, che sembra creata soltanto per uccidere o essere uccisa.
Storia in cui il verro fa la parte di un eroe omerico, coperto di sangue e di polvere davanti alla morte, alla possibilità di darla o di riceverla.
Come ogni diffamazione, pure quella del porco, ci dice questo amabile, lieve e profondo libro di Roberto Finzi, è una menzogna, un’ingiustizia.
Non manca anche l’elogio ammirato, come quello di William Henry Hudson, che loda l’intelligenza del maiale, il suo temperamento, il suo atteggiamento né sottomesso né strafottente, né ostile né parassita nei confronti dell’uomo, una sorta di tranquilla confidenza.
Certamente prevale la negatività, la diffamazione, ma, come spesso avviene nell’allegoria, a essere diffamato, sotto le vesti suine, è spesso in realtà l’uomo.


Claudio Magris
: germanista e scrittore italiano (Trieste, 1939). 
Ha dedicato importanti studi alla cultura della Mitteleuropa (interessandosi anche di autori italiani di confine, come Biagio Marin e Italo Svevo) e più in generale alla crisi della letteratura contemporanea. È anche autore di numerose opere di narrativa.
  • “Mi piacciono i maiali. I cani ci guardano dal basso. I gatti ci guardano dall'alto. I maiali ci trattano da loro pari.” 
    Winston Churchill
  • “Il maiale è diventato sporco solo in seguito alle sue frequentazioni con l'uomo. Allo stato selvatico è un animale molto pulito.” 
    Pierre Loti
  • "Chi vive con i maiali spesso li descrive come fossero cani: sono intelligenti, leali e, soprattutto, affettuosi. Chi li conosce sottolinea sempre che ognuno di loro è un individuo unico e particolare."  
    Jeffrey Moussaieff Masson
  • "Pensare che non si sa il nome del primo maiale che scoprì un tartufo." 
    Edmond e Jules de Goncourt
  • "Tanto io che il povero maiale non saremo apprezzati che dopo la nostra morte."  
    Jules Renard

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